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 “tirannia della maggioranza” 

Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?

Tocqueville

 

 

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SCRITTO DI ALDO ANTONELLI SU “UTOPIA”

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura, nel 1998 scrisse Il racconto dell'isola sconosciuta. Si tratta di un’incantevole favola d’amore, magistralmente sospesa tra realtà e sogno.

Da essa traggo un dialogo che ci può servire per le nostre riflessioni.

-Datemi una barca, disse l'uomo.

-E voi, a che scopo volete una barca, si può sapere, domandò il re.

-Per andare alla ricerca dell'isola sconosciuta, rispose l'uomo.

-Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più. Sono tutte sulle carte.

-Sulle carte geografiche ci sono solo le isole conosciute.

-E qual è quest'isola sconosciuta di cui volete andare in cerca.

-Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta.

Ecco. Partiamo da qui per significare che l’utopia oggi pare un’eresia perché nel mondo regna un’ideologia del presente e dell’evidenza che sembra rendere obsoleti sia le lezioni del passato sia il desiderio d’immaginare un avvenire diverso. È un’ideologia che si esprime in modi diversi, ma che rimane sempre prigioniera della ragion pratica e del discorso ad effetto immediato.

Un degrado che bandisce il sogno e la poesia, l’arte e la cultura, la diversità e la sorpresa, involgarendo il mondo ed appiattendo il suo orizzonte sui bassi latifondi del possesso e del consumo.

Un declivio che parte da lontano e che Ernesto Balducci già nell’anno 1979 denunciava in una delle sue bellissime omelie: «Siamo spettatori di una fase di civiltà in cui tutto consiste nell'assottigliare al massimo lo spessore delle attese umane; nello stabilire una equazione tra le cose che si possono avere e ciò che si deve desiderare, in modo da mutilare l'universo dei desideri che è dentro di noi e da toglierci il senso dell'indigenza dell'esistere».

Questo è avvenuto, ad opera dei persuasori occulti che oltre a togliere pane e libertà, vogliono strappare anche i sogni.

L’Isola che non c’è

In questa umanità desertificata e sterilizzata di ogni sogno e di ogni ardire appare chiaro, allora, perché Tommaso Moro, e con lui tutti i sognatori, parlano e cantano dell’Isola che non c’è…

Ricordate le bellissime parole della canzone di Edoardo Bennato?

«Son d'accordo con voi - non esiste una terra - dove non ci son santi né eroi - e se non ci son ladri - se non c'è mai la guerra - forse è proprio l'Isola - che non c'è... che non c'è...

E non è un'invenzione - e neanche un gioco di parole - se ci credi ti basta perché - poi la strada la trovi da te...

Son d'accordo con voi - niente ladri e gendarmi - ma che razza di isola è?! - Niente odio e violenza, - né soldati né armi - forse è proprio l'Isola che non c'è... che non c'è...

(……)

E ti prendono in giro - se continui a cercarla - ma non darti per vinto perché - chi ci ha già rinunciato - e ti ride alle spalle - forse è ancora più pazzo di te!».

Perché, dunque, l’isola?

Perché l’isola, per essere raggiunta, richiede un cammino. L’isola esige che si abbandoni il continente e che ci si ponga una meta “altra” da raggiungere.

L’isola, prima di esistere, ha bisogno di essere sognata.

E i sogni confliggono con la realtà.

I sogni generano uomini e donne che mal si adattano alla realtà così come essa è.

I sogni partoriscono ribelli.

I sogni sono pericolosi, sono gli incubi dei potenti. Eduardo Galeano nella sua trilogia  “Memoria del Fuoco”, parla di un documento del 1543 nel quale il re di Spagna vieta agli indigeni peruviani di leggere favole e raccontare i loro sogni.

«Coloro che oggi camminano con la testa per aria saranno gli unici ad aver ragione domani», scriveva don Tonino Bello.

Una politica da sogno

Nell’attuale impasse nella quale ci troviamo e che qualcuno ha battezzata con un neologismo molto indicativo, la “Democratura”, è nostra convinzione che non si può far politica senza muoversi, progettare e governare all’interno di un orizzonte utopico.

«Sta sempre dove c'è l'orizzonte, scrive Eduardo Galeano. Mi avvicino di due passi, e lei si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e lei si affretta a spostarsi dieci passi più in là. Per quanto continui a camminare, non la raggiungerò mai. A che serve l'Utopia? A questo, a nient'altro che a camminare».

A chiusura di queste considerazioni vogliamo consegnare un invito che lo stesso Eduardo Galeano pone a chiusura del suo bellissimo libro “A Testa in giù”, sotto il titolo: “Il diritto al delirio”.

Si era al passaggio tra il secondo e il terzo millennio e scriveva:

«Anche se non possiamo indovinare il tempo che verrà, abbiamo almeno il diritto di immaginare come vorremmo che fosse.

Nel 1948 e nel 1976 le Nazioni Unite proclamarono estese liste di diritti umani; però l'immensa maggioranza dell'umanità ha solo il diritto di vedere, udire e tacere.

Che cosa ne dite di cominciare a esercitare il mai proclamato diritto di sognare?

Che cosa ne dite di delirare un po', per un attimo?

Andiamo a fissare gli occhi più in là dell'infamia, per indovinare un altro mondo possibile:

l'aria sarà priva di qualunque veleno che non sia prodotto dalle paure umane e dalle umane passioni;

per le strade le automobili saranno calpestate dai cani;

la gente non sarà guidata dalla macchina, né programmata dal computer, né comprata dal supermercato, né guardata dal televisore;

il televisore smetterà di essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come il ferro da stiro o la lavatrice;

la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare;

si aggiungerà ai codici penali il delitto della stupidità, commesso da chi vive per avere o per guadagnare, invece di vivere semplicemente per vivere, come l'uccello canta senza sapere di cantare o come il bambino gioca senza sapere di giocare;

in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che si rifiutino di fare il servizio militare, bensì quelli che vogliano farlo;

gli economisti non chiameranno livello di vita il livello di consumo, né chiameranno qualità della vita la quantità delle cose;

i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere bollite vive;

gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi;

i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse;

nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà di indigestione;

i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno più bambini di strada;

i bambini ricchi non saranno trattati come denaro, perché non ci saranno più bambini ricchi;

l'istruzione non sarà privilegio di coloro che possano pagarla;

la polizia non sarà la maledizione di coloro che non possano comprarla;

la giustizia e la libertà, sorelle siamesi condannate a vivere separate, si riuniranno, ben appiccicate, schiena contro schiena;

la Chiesa, inoltre, detterà un altro comandamento, di cui il Signore si era dimenticato: «Amerai la natura di cui fai parte»;

saranno rimboschiti tutti i deserti del mondo e i deserti dell'anima;

saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che abbiano volontà di giustizia e volontà di bellezza, ovunque siano nati e in qualunque tempo abbiano vissuto, senza che contino nemmeno un po' le frontiere dello spazio o del tempo;

la perfezione continuerà a essere l'annoiato privilegio degli dei; ma in questo mondo maldestro e fottuto, ogni notte sarà vissuta come se fosse l'ultima, e ogni giorno sarà vissuto come se fosse il primo».

 

 

 

 

 

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L’ITALIA IN GUERRA

 

Qualcuno ha mai sentito di un intervento militare che abbia ottenuto qualche buon risultato? Stiamo da 15 anni in Irak e da 13 in Afghanistan. Spendiamo già 35 miliardi l'anno in armi, siamo uno dei Paesi che hanno la spesa militare più alta del mondo, e a che scopo? Compriamo anche i famigerati F35 che non funzionano, non si alzano neppure in volo e vengono stornati da tutti i Paesi europei. In economia dobbiamo servire gli interessi della Germania,calpestiamo i diritti dei cittadini per gli interessi bancari, in politica estera siamo succubi degli Americani. Mentre la Costituzione ci ordina la neutralità, andiamo a portare la guerra in 50 punti del globo solo per compiacere l'imperialismo USA e ora gli USA vogliono scaricarci le spese di una guerra in Libia a cui Renzi acconsentirebbe di nascosto, vigliaccamente, senza mai pronunciare la parola guerra, una guerra a due passi da casa e senza nemmeno consultare il Parlamento o i cittadini, una guerra le cui ripercussioni non voglio nemmeno immaginare, con l'Isis praticamente fra di noi aumentando solo la disperazione e il numero di profughi, l'ennesima guerra che non ci possiamo permettere e aumenterebbe il rischio di vittime e di attentati. Siamo succubi degli interessi tedeschi e americani senza nessun vantaggio personale. Intanto l'Italia va sempre peggio e siamo il Paese europeo col più basso livello di crescita, che tra poco saccheggeranno come hanno fatto con la Grecia. Ma questa guerra decisa solo da Renzi ce la possiamo permettere?

Dunque Renzi al Paese di questa guerra in Libia non dice nulla, anzi la parola ‘guerra’ si guarda bene dal pronunciarla. Nessuna commissione sulle difesa e nessuna aula parlamentare è stata chiamata a discutere su una eventuale guerra in Libia, eppure dal 10 febbraio è pronto un decreto di Renzi “secretato” dove si parla di un contingente di 3000 soldati e si dettano le regole d’ingaggio, la linea di comando, i reparti scelti da mandare in Libia..., ue non si tratta più di permettere ai droni USA di bombardarla partendo dalle basi americane in Italia. Tutto fatto all’insaputa dei cittadini italiani.

I 5stelle hanno accusato il Governo: “Siamo in guerra a nostra insaputa? E contro chi e a fianco di chi?”

La Costituzione nell’art. 11 dice solennemente che “L’Italia ripudia la guerra”, ma la Costituzione, lo abbiamo visto, è per Renzi solo un intralcio da abbattere. La Libia non esiste. Un Governo regolare non esiste. Un esercito regolare non c’è. Il generale Mini, a Otto e mezzo, ha detto senza mezzi termini: se non ce lo chiedo l’Eni e non lo chiede la Libia, che ci andiamo a fare?

Ma avvisare almeno le Camere, no?

Così apriremo un altro centro di spesa. E di morte. Ma tanto si possono sempre tagliare le pensioni alle vedove, no?

Viviana

 

 

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E’ il potere a fabbricare il terrore, ma il 30% non ci casca più

La Terza Guerra Mondiale? Ci siamo già dentro: ed è cominciata l'11 settembre del 2001, con l'attacco alle Torri Gemelle e quindi le invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. Da allora, solo guerra. Non c'è davvero altro modo per definire lo scenario di inarrestabile e devastante destabilizzazione globale, con milioni di morti e popoli in fuga, in un'aera vastissima: dall'Asia Centrale al Medio Oriente, all'Africa, fino al terrorismo finto-islamista che minaccia l'Europa. La buona notizia – l'unica – è che un 20-30% dell'umanità di sta "risvegliando", e ha capito che non si può più fidare del sistema mainstream, politico e finanziario, economico e mediatico. E', in sintesi, la visione fornita in questi giorni da Fausto Carotenuto, già analista strategico dei servizi italiani, ora animatore del network "Coscienze in Rete", che diffonde contro-informazione con particolare attenzione al profilo invisibile, anche "spirituale", degli avvenimenti. La tesi: una piramide "nera" di potere fomenta la paura e l'odio, in ogni parte del mondo, per generare altra paura e altro odio, in una spirale senza fine. (La tesi, in realtà, è che le piramidi sono più di una, NDR)

Nel corso di una lunga intervista radiofonica a "Forme d'Onda", trasmissione web-radio, Carotenuto espone il suo pensiero in termini anche estremamente sintetici: la guerra in Siria non è che l'ultimo capitolo della grande guerra ultra-decennale contro i regimi "laici" dell'area islamica, da quello di Saddam a quello di Gheddafi.

 

 

Lo strumento-cardine del "potere nero"? Il cosiddetto fondamentalismo jihadista, ieri Al-Qaeda e oggi Isis. «Tutte creazioni dell'intelligence occidentale, che ha obbligato le monarchie del Golfo – a loro volta, una creazione occidentale, recente e precaria – ad appoggiare, finanziare e armare i tagliagole dello Stato Islamico», facendo esplodere di colpo – in parallelo – anche la tradizionale rivalità tra sunniti e sciiti.

Movente fondamentale: «Costruire un nuovo, grande nemico, chiaramente percepito come tale, capace di rimpiazzare il "nemico pubblico" del passato, l'Unione Sovietica». Secondo Carotenuto, «l'Occidente non impiegherebbe più di 15 giorni a sbaragliare l'Isis, ma non lo fa: perché è una sua creazione». L'obiettivo è semplice: demolire ogni residua sovranità statale e regionale oltre il Mediterraneo, e – in Europa – convincere i cittadini che dovranno accettare necessarie restrizioni, dovendo fronteggiare un nemico pericoloso, crudele, folle.

«Essendo impossibile "fabbricare" un nemico anche solo lontanamente paragonabile all'Unione Sovietica, per potenziale strategico e militare – continua Carotenuto – si è scelta l'opzione più comoda, quella del terrorismo, ripescando dall'immaginario collettivo l'antica eredità delle Crociate, lo schema "cristianità contro Islam"». Suggestioni storiche ma soprattutto terrorismo, dunque: un'arma "low cost", invisibile ma onnipresente, che può colpire a Damasco o a Parigi, «in questo caso, magari, per dimostrare – mettendo in piazza la strana inefficienza degli apparati di sicurezza francesi – la necessità di un super-Stato gendarme, ovviamente europeo, che sequestri ogni restante potere democratico nazionale». Geopolitica e terrore. E' la tecnica del caos, quella della strategia della tensione già usata in passato, in Italia: anche allora, quando c'erano le Brigate Rosse - continua Carotenuto - tanti giovani inconsapevoli sono stati manipolati, per una causa che credevano loro, ma che invece faceva parte di un disegno eterodiretto che aveva il medesimo scopo, incutere paura e legittimare i governanti al potere».

Il grande obiettivo, per Carotenuto, è sempre lo stesso: impedire che si risvegli la coscienza. «Se uno "dorme", resta nelle sue abitudini di consumo e continua a fidarsi di quello che i media gli raccontano, si abituerà a sopravvivere passando da un'emergenza all'altra, senza mai vedere che il nemico, quello vero, non è lontano da noi (è dentro di noi, NDR) – e non è ovviamente musulmano». Nonostante tutto, Carotenuto scommette sul futuro: «C'è almeno un 20-30% dell'umanità che si sta letteralmente risvegliando alla verità e non cade più nell'inganno. Per questo, probabilmente, assistiamo a tanta violenza: i dominus hanno capito di averci già perso, e puntano a spaventare gli altri, quelli che "dormono" ancora. Ma è del tutto evidente che la tendenza non è a loro favore: i "risvegli" sono destinati a crescere». (libreidee.org)

 

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MA QUALE FAMIGLIA NATURALE!!

Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?  
Chiara Saraceno

“I figli non sono un diritto”. Vero. Questo vale per tutti: per le coppie formate da persone di sesso diverso come per le coppie formate da persone dello stesso sesso, per le coppie come per i/le single. Ma che cosa significa esattamente che non sono un diritto? Che chi non è fertile, o ha un partner non fertile, non ha diritto di provare e viceversa che basta essere fertili (e in un rapporto di coppia eterosessuale) per avere automaticamente il diritto di avere un figlio? Quando si discute di diritti e ci si aggancia ad una idea di “natura” e di “normalità”, si intraprende una strada molto scivolosa, lungo la quale si incontrano molte violenze, in particolare contro le donne e i bambini, ma talvolta anche contro gli uomini. 
Qualche secolo fa in Italia le donne nubili sospette di essere incinte venivano imprigionate per evitare che abortissero, salvo togliere loro i figli perché “indegne” di essere madri. In Irlanda, come ci ha ricordato il film Le Maddalene, la cosa è durata fino a qualche decennio fa con il beneplacito della Chiesa Cattolica. In nome della protezione della “paternità legittima” i figli nati da un uomo sposato fuori dal matrimonio non potevano essere riconosciuti da quello. E una madre coniugata che avesse un figlio con un uomo diverso dal marito, magari lontano o da cui era separata, aveva di fronte a sé solo due scelte: o non riconoscerlo affinché il padre, se non a sua volta sposato, potesse farlo lui, oppure tacere, attribuendone la paternità al marito. Il tutto con buona pace dell’oggi tanto sbandierato principio che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, possibilmente biologici. 
Nella legge 40, fortemente voluta da una grossa fetta dei parlamentari cattolici e la cui abrogazione per via referendaria è stata attivamente impedita dalla gerarchia cattolica, si è vietata sia la riproduzione artificiale con donatore o donatrice, sia il ricorso all’esame pre-impianto degli embrioni nel caso di aspiranti genitori portatori di malattie genetiche gravi, che avrebbero comportato sofferenze atroci all’eventuale nascituro. Ci sono volute sentenze delle Corti italiane ed europea per cancellare questa mostruosità voluta da parlamentari ottusi e arroganti che, con la benedizione della Chiesa, si arrogavano il diritto di dire chi può e in quali condizioni fare figli e chi no. Se dovessero poter avere figli solo coloro che sono fertili, e in coppia eterosessuale, dovremmo non solo condannare ogni forma di riproduzione assistita, inclusa quella con gameti della coppia, ma anche vietare l’adozione.  
Nella nostra società e cultura da lungo tempo si è passati da un’idea che si facessero figli – in proprio o tramite adozione – vuoi perché “venivano”, come non sempre benvenuta conseguenza di un rapporto sessuale, vuoi perché utili alla dinastia o all’impresa famigliare, ma perché danno gioia e aprono al futuro. Come ha ammesso, con un lapsus involontario, lo stesso cardinal Bagnasco, la famiglia non è un fatto ideologico, bensì antropologico. Appunto, l’antropologia e la storia, ci mostrano che qualunque sia la “famiglia voluta da Dio”, secondo la sorprendente e astorica definizione di papa Francesco, le famiglie umane vengono in forme e contenuti diversi. Non c’è un’unica “famiglia umana”. Ed alcune forme di famiglia anche del nostro recente passato erano intrinsecamente violente nei rapporti di genere e generazione, non solo a livello individuale, ma proprio di conformazione istituzionale. C'è voluto un lungo processo, non del tutto compiuto, perché la dimensione fondamentale, autenticamente generativa, della genitorialità fosse l’accoglimento e l’assunzione di responsabilità e perché la cifra della relazione genitori-figli (come per la coppia) fosse l’amore E’ su questo che si gioca il “diritto ad avere figli” o, meglio, a provarci, non di fronte alla legge, ma di fronte alla propria coscienza. 
Le tecniche di riproduzione assistita, e più ancora la possibilità di ricorrere ad una madre gestante per altri, acuiscono ed esplicitano la necessità di effettuare questa valutazione: non solo perché la scelta di diventare genitori è necessariamente più esplicitamente intenzionale, ma perché coinvolge più soggetti e modifica di poco o tanto il nesso tra coppia, sessualità, generazione. Di nuovo, vale per tutti, non solo per le persone omosessuali. Quando si smetterà di pretendere di possedere la verità e il monopolio della definizione di chi può fare famiglia e chi può avere figli, finalmente si potrà aprire una riflessione in cui tutte le parti possano trovare voce e ascolto, con rispetto e pazienza, per fare un passo ulteriore nel processo di civilizzazione della famiglia e dei rapporti di sesso e generazione.

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Le stepchild adoption "permette l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). L’adozione non è automatica ma viene disposta dal Tribunale per i minorennidopo un accurato screening sull’idoneità affettiva, la capacità educativa, la situazione personale ed economica, la salute e l’ambiente familiare di colui che chiede l’adozione."

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Gruppo Bilderberg, ecco chi governa davvero il mondo  di  | 8 febbraio 2016

Con un’espressione in bilico tra l’onesto riconoscimento della realtà fattuale e l’arroganza propria del potere, così ebbe modo di affermare uno dei massimi miliardari del pianeta: “La lotta di classe esiste e la mia classe la sta vincendo”. Si tratta, in effetti, di una chiara e ludica analisi del rapporto di forza quale si è venuto riconfigurando nel tempo della ribellione delle èlites e dell’offensiva neoliberista al mondo del lavoro e dei diritti. Scenario di cui, tuttavia, non si ha contezza, poiché il potere impone le sue mappe ingannatorie e usa armi di distrazione di massa.

Per una comprensione della reale entità dell’èlite neo-oligarchica come maschera di carattere e come agente del capitale assoluto-totalitario nel tempo del disarmo del Servo può giovare soffermare l’attenzione sul cosiddetto “gruppo Bilderberg”, emblema  dell’Internazionale liberal-finanziaria del tempo neofeudale.

Contrariamente a quanto si può a tutta prima essere indotti a pensare, il gruppoBilderberg non consiste in una società, né in una cospirazione: si tratta, invece, di un incontro privato tra potenti di tutto il mondo, che ricorre annualmente, a partire dal primo consesso, che avvenne nel 1954 presso l’Hotel Bilderberg della cittadina olandese di Oosterbeek.

Tale incontro annuale ha lo scopo di porre a confronto i potenti dell’èlite, uniti dall’ideologia neoliberista che li rappresenta e dalla volontà di porre in essere una rete atta a tutelare i loro interessi e a unire le istituzioni finanziarie.

Si tratta, appunto, di una specifica Internazionale liberal-finanziaria il cui motto pare potersi cristallizzare nel rovesciamento delle parole con cui Marx chiudeva il Manifesto: “potenti di tutto il mondo, unitevi!”.

Da un certo angolo prospettico, si potrebbe sostenere che il gruppo Bilderberg coincide tout court con una rete di interessi interdipendenti di tipo finanziario e politico, economico e industriale.

Dal 1954 ad oggi, non è mai stato permesso alla stampa di assistere ai consessi del gruppo Bilderberg, né si è mai pubblicata l’agenda del convegno, né sono state rilasciate dichiarazioni da parte di chi vi ha partecipato.

Espressione degli arcana imperii dell’economia mondiale finanziarizzata, la massima segretezza neo-oligarchica finisce per essere, paradossalmente, quanto mai rivelativa del vero carattere del gruppo Bilderberg come governo occulto che opera nell’ombra, determinando le linee generali di una politica ridotta a mera continuazione dell’economia con altri mezzi.

Ancorché le riunioni siano strettamente segrete, gli interessi dell’èlite Bilderberg sono ampiamente noti, perché coincidono con quelli del finanz-capitalismo della fase assoluta del capitalismo (per un’analisi della quale mi permetto di rinviare al mio studio “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo”).

Tali interessi orbitano intorno al fuoco prospettico dell’eliminazione degli Stati nazionali e dei diritti sociali, della creazione di un’immensa pauper class precarizzata, nomade e disposta a tutto pur di sopravvivere, della distruzione delle costituzioni e dei confini nazionali, della creazione di nuovi trattati internazionali vincolanti mediante il primato economico e bancario, dell’offensiva integrale al mondo del lavoro e delle garanzie sociali.

Nei piani e nei progetti del gruppo Bilderberg si incarna l’essenza della rivolta delle èlites: le unioni e i trattati internazionali vengono impiegati come strumenti mediante i quali operare la rimozione della sovranità nazionale democratica e, per questa via, destrutturare i diritti e lo stato sociale, imponendo la competitività internazionale come unico parametro.

Per il tramite dei trattati internazionali, infatti, i governi nazionali vengono privati del loro potere, che è ceduto ad agenzie internazionali e finanziarie, che si sostituiscono in misura sempre crescente agli Stati nazionali, le cui guide e i cui rappresentanti erano, almeno sulla carta, eletti dal popolo.

Per questa via, l’oligarchia finanziaria dell’èlite può operare in qualità di società per azioni mondiale e di aristocrazia di intenti aspirante ad amministrare il pianeta mediante una rete transnazionale in grado di imporre senza incontrare resistenza un nuovo ordine mondialeplasmato dalla logica del capitalismo assoluto e flessibile.

Come ebbe ad affermare David Rockefeller, nel giugno del 1991, durante l’incontro del gruppo Bilderberg a Baden Baden, una sovranità sovranazionale esercitata da una èlite intellettuale e da banchieri mondiali è senza dubbio da preferirsi senza esitazioni alla tradizionale autodeterminazione delle nazioni.

In queste parole, in fondo, si condensa il programma internazionalista di liberalizzazioni senza frontiere perseguito dalla nuova Internazionale liberal-finanziaria e della sua distruzione complementare del Servo come soggetto organizzato e oppositivo e di tutti i limiti reali e simbolici di frenare l’estensione illimitata del nichilismo economico.

L’obiettivo ultimo consiste nell’instaurazione di un governo unico mondiale con un solo mercato planetario, ove non sopravvivano identità e culture plurali, l’umanità sia dissolta in atomi di consumo privi di radici e di progettualità, nella forma di un’immensa plebe precarizzata e asservita.

È il trionfo del classismo planetario e del fanatismo economico transnazionale.

 

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 Utero in affitto, il corpo che diventa merce

di Diego Fusaro - 17/01/2016

Fonte: Il Fatto quotidiano 

Meno di vent’anni fa sarebbe parso impossibile. Oggi appare invece impossibile che vi sia chi si opponga a tale pratica: subito è bersagliato dal coro virtuoso dei benpensanti come retrogrado, oltranzista, antimoderno e, naturalmente, “omofobo”, l’etichetta più in voga nel tempo della neolingua e della polizia dei costumi.
Alludo alla nuova pratica dell’“utero in affitto”, che l’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamare, con discrezione, “maternità surrogata”. A un primo sguardo, sembrerebbe una pratica emancipativa, da salutarsi con gioia: “La maternità surrogata – si legge su ad esempio sul sito maternitasurrogata.info – permette di diventare genitore anche a chi non riesce a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri”.
Sembra, a tutti gli effetti, una pratica emancipativa: che permette di diventare mamma anche a chi, per vari motivi, non potrebbe diventarlo. Se non fosse che, nel tempo dell’ipocrisia universale, si omette – guarda caso – di specificare l’aspetto fondamentale e cioè che a regolare questo passaggio, per cui una donna cede il proprio utero a un’altra, è la fredda logica del do ut des liberoscambista. Utero in affitto, appunto. Mercificazione del corpo.
Il capitale, che un tempo si arrestava ai cancelli delle fabbriche, oggi si è impadronito della nuda vita: utero compreso. L’economia si è impadronita della vita, facendosi bioeconomia: ha rimosso il confine tra ciò che è merce e ciò che non lo è né può esserlo.
Il vecchio slogan femminista “l’utero è mio, me lo gestisco io”, frutto di una stagione di lotte e di benemerite rivendicazioni dell’emancipazione femminile, è oggi stato riadattato dal capitale in funzione della sua sola norma, la valorizzazione del valore: l’utero è tuo e “puoi” affittarlo a chi vuoi.
Nessun vincolo, nessun limite, nessuna religione: puoi farne ciò che vuoi. Sei libera da Dio e dalle vecchie morali borghesi. Ma il “puoi” in questione è sempre quello della società di mercato: “puoi”, in realtà “dovrai”. “Puoi”, perché nessuno te lo impone, né te lo vieta. “Dovrai”, perché sarà la tua condizione socio-economica a importi di farlo per poter sopravvivere, per poter arrivare a fine mese. Le donne indigenti diventeranno – non è difficile prevederlo – i luoghi futuri della maternità, di quella pratica che richiede troppa responsabilità e fatica per la società di mercato, per i suoi ritmi e le sue carriere di manager rampanti. Vivranno mettendo in affitto il loro corpo. La logica del capitale è, in fondo, questa: abbattere ogni limite etico, morale e religioso, per poi imporre ovunque, senza barriere residue che possano frenarla, la legge dell’onnimercificazione e del valore di scambio. Tutto diventa merce, aveva avvertito Marx nel 1847, in Miseria della filosofia. Perfino l’utero, dobbiamo riscontrare noi.
E così la pratica dell’utero in affitto rivela l’usuale sporcizia di cui gronda il capitale: mercificazione dei corpi, offesa della dignità umana, riduzione della generazione della vita a mercimonio. E tutto questo verrà definito progressivo ed emancipativo: oltre al danno, la beffa, con la piena connivenza da parte delle usuali forze passate armi e bagagli dalla lotto contro il capitale alla lotta per il capitale.
Pasolini è passato invano in questo Paese, che pure continua ipocriticamente a celebrarlo come una “star”. Pasolini aveva pienamente compreso i dilemmi della modernizzazione capitalistica, il falso mito del progresso come cavallo di Troia con cui il capitale si sarebbe preso tutto, compreso la nuda vita e gli uteri, oltre che, naturalmente, le nostre teste.
Ed ecco, allora, la “maternità surrogata”: un’altra categoria della neolingua orwelliana per non dire “utero in affitto”, ossia mercificazione dell’umano e profitto ai danni della nuda vita. E’ progresso? Sì, per l’economia di mercato. A uscirne offesa, umiliata, svilita e mortificata è, una volta di più, l’essenza dell’essere umano, che non ha prezzo ma solo dignità.
E dopo l’utero in affitto, presto avremo il cervello in prestito, il rene in comodato d’uso, il polmone in comproprietà: per non tacere, poi, dei neuroni, che sono in saldo già da un pezzo.

  

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BENVENUTI AL FAMILY DAY

Paolo De Gregorio

 

Per le persone che ragionano senza preconcetti è veramente pesante sopportare i ridicoli argomenti con cui preti e destra politica (sempre uniti nel momento del bisogno) tentano di giustificare la loro avversione alla regolarizzazione delle coppie di fatto, etero o gay che siano, e, per questi ultimi, il diritto di poter adottare gli eventuali figli nati da precedenti rapporti.

I milioni di persone che vivono rapporti stabili al di fuori del matrimonio (alla faccia di preti e benpensanti) esistono, sono sempre di più, come sono sempre di più i divorzi, e si sono già sottratti ai diktat cattolici, vivendo liberamente le proprie naturali inclinazioni sessuali, senza considerare la cosa un peccato, ma una realizzazione personale, una scelta consapevole di vita.

Quale fastidio recano queste persone ai benpensanti cattolici che praticano la scelta della famiglia tradizionale, visto che non si propongono come modello ma desiderano solo alcuni diritti? Perché la Chiesa deve stabilire regole senza tener conto che esistono milioni di laici, e che negare loro certi diritti assomiglia più a una vendetta che alla difesa della famiglia? Sotto sotto mi viene da pensare che le gerarchie pretesche non si fidano troppo della saldezza etica e morale delle proprie pecorelle, e che vedere divorziati e gay vivere accettati e felici, con tutti i diritti, possa incrinare antiche certezze e respingere regole che ti propongono sofferenze, infelicità, menzogne, tradimenti.

Non sarebbe più giusto che il Vaticano si occupasse a tempo pieno dei propri fedeli e cercasse di farli comportare da cristiani secondo quelle regole che essi hanno accettato, a cominciare dai suoi dirigenti, spesso omosessuali o pedofili da lasciar sposare ed avere una vita sessuale normale e manifesta? Che dire delle donne discriminate nel sacerdozio, relegate quasi sempre nel ruolo di ancelle o dame di carità? E il grande lavoro da fare nel grande, immenso comandamento del “non uccidere”, da cui i cristiani non dovrebbero MAI deviare, né nel fabbricare armi, e tanto meno nell’usarle, e ritirare ogni collaborazione dei preti come cappellani militari negli eserciti?

Credo che avrebbero da fare per parecchi secoli e non perderebbero tempo a stabilire regole e divieti per i laici, che andrebbero perfettamente d’accordo con dei veri cristiani in un clima di reciproco rispetto e, tanto per esagerare, va chiesta l’abolizione dell’8 per mille e dei trattati tra Stato laico e Chiesa che sono entità che è meglio siano completamente autonome tra loro.

La sintesi è molto semplice: non ci sia ingerenza dei cattolici nella vita dei laici, come nessun laico si permette di criticare la vita della famiglia tradizionale. Il pensiero unico, tipico delle dittature, non è possibile in democrazia, le differenze culturali, religiose, di orientamento sessuale esistono, nessuno deve essere penalizzato da qualsiasi integralismo.

 

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Benigni, quel che resta di lui

Caro Roberto, ti ho voluto bene, e tutto sommato sempre te ne vorrò, perché certe tue cose resteranno: dal Cioni Mario a tutti gli Ottanta, fino al tuo ultimo apice La vita è bella. Siamo pure concittadini, e fino a un certo punto ce l’hai avuto eccome quell’approccio da guastatore toscano, da provocatore sboccato: da pazzo tanto esilarante quanto (in realtà) lucidissimo. Per carità: non potevi fare sempre la stessa cosa, e mettersi a toccare la “patonza” della Carrà a sessant’anni sarebbe stato un po’ ridicolo. Lo so. E pazienza – voglio essere buono – se un tempo prendevi in braccio Enrico e poi Mastella. Pazienza.

Qui però non siamo più all’incendiario che si fa pompiere: siamo al satirico che si fa mesto turibolo del Potere. Siamo al guitto che rinuncia totalmente al suo ruolo: e questa, per un artista, è la colpa più grave. Perdonami, ma vederti passare da “Berlinguer ti voglio bene” a “Renzi mi piaci tanto”, o dal “Woytilaccio” che fu all’attuale “Volevo fare il Papa da grande”, mette una tristezza che non hai idea. Lo scrivo con dolore, senza dimenticare l’affetto e la gratitudine, ma in tutta onestà era difficile per te invecchiare peggio di così. Peccato.